Libri sulla Corea del Sud

Una selezione di libri sulla Corea del Sud per conoscere una realtà molto lontana dall’Occidente, la cui storia recente è segnata dalla divisone del Paese. L’emancipazione dalla miseria e la lotta per diventare una potenza mondiale. 

Libri sulla Corea del Sud

Han Kang

La scrittrice coreana, pubblicata in Italia da Adelphi, ha vinto nel 2024 il premio Nobel per la letteratura.

Autrice per la Biblioteca del futuro di Oslo, un progetto culturale che invita gli scrittori contemporanei più importanti a donare un loro testo inedito che sarà letto tra cento anni. 

Nel 2016 ha ottenuto il Man Booker International Prize con “La Vegetariana”

Ha saputo affrontare, con una scrittura lucida e poetica temi difficili della storia coreana moderna, in particolare il massacro di di Gwangju e quello di Jeju. 

Fatti poco noti in occidente, che hanno segnato profondamente la democratica Corea del Sud. Un passato a lungo taciuto. 

Atti umani di Han Kang Corea del Sud, maggio 1980. Imposta la legge marziale dopo il colpo di stato di Chun Doo-hwan.  A Gwangju gli studenti universitari iniziarono una protesta pacifica contro la dittatura chiedendo riforme democratiche. Durante un corteo la polizia aprì il fuoco su persone disarmate. Rapidamente la situazione degenerò: i giovani assaltarono le stazioni di polizia trafugando le armi per difendersi. 

Lo stato intervenne pesantemente: Gwangju fu isolata, interrotto ogni tipo di comunicazione, con l’arrivo dei carri armati e dell’esercito, i morti stimati furono oltre duemila. 

I nostri soldati stanno sparando. Stanno sparando a noi.

I mass media nazionali raccontarono la protesta come una rivolta comunista che avrebbe messo in pericolo la sopravvivenza della Corea del Sud. 

Solo nel 1997 Chun Doo-hwan fu condannato e il 18 maggio venne dichiarata giornata nazionale di commemorazione. 

Fu creato il cimitero nazionale per le vittime del massacro.

Avevo sbagliato a considerarli delle vittime. Erano rimasti proprio per evitare quel destino. Quando penso a quei dieci giorni nella vita di quella città, penso al momento in cui un uomo pestato quasi a morte trovò la forza di aprire gli occhi. Al momento in cui, sputando frammenti di denti e sangue, con le dita si tenne sollevate le palpebre pesanti per poter guardare dritto in faccia il suo aggressore.

Atti umani è il racconto polifonico di questa drammatica vicenda: Eun-sook giornalista tenta di aggirare la censura e viene arrestata, il quindicenne Dong-ho cerca un amico scomparso, un prigioniero senza nome non si perdona di essere sopravvissuto. 

Certo, sapevamo che i soldati erano infinitamente più numerosi di noi. Ma la cosa strana è che non faceva alcuna differenza. Fin dall'inizio dell'insurrezione mi ero sentito pervadere da una forza più potente di qualunque esercito. La coscienza.

Da non perdere il film A taxi driver (2018) tratto da una storia vera. Il lungometraggio  racconta la presa di coscienza, del protagonista Kim Man-seob, della violenza di cui è stato capace lo stato. Un uomo banale, un tassista interessato solo alla sua misera vita, accompagna un giornalista tedesco a Gwangju per documentare i disordini. La vita di Kim Man-seob cambierà per sempre.

Non dico addio di Han Kang Dopo la fine della seconda guerra mondiale la Corea venne divisa all’altezza del 38° parallelo: il Nord comunista sotto l’influenza dell’Unione sovietica e il Sud controllato dagli Stati Uniti. 

Nell’aprile 1948 in vista delle elezioni iniziarono le prime proteste, seguite da scontri armati sull’isola di Jeju. I manifestanti erano contrari alla divisione della Corea. 

Il nuovo presidente della Corea del Sud, con l’appoggio del blocco occidentale, intraprese una durissima repressione per evitare l’avanzata comunista nel Sud. 

Tra il 1948 e il ’49 si stima che oltre ottantamila persone furono uccise perché sospettate di essere comuniste. 

Solo negli anni Novanta, in una Corea democratica con i rapporti secretati resi ormai pubblici,  emergerà la verità e il massacro di Jeju verrà definito genocidio.

Non dico addio, con il lirismo tipico di Hang Kang, racconta il massacro e la sua elaborazione. 

Qualche anno fa, qualcuno mi ha chiesto quale sarebbe stato il tema del mio prossimo libro e ricordo di aver risposto che mi auguravo che fosse l'amore. Lo penso ancora, voglio credere che questo sia un libro sull'amore estremo.

Gyeong-ha, la protagonista, vive in un volontario isolamento perseguitata da serie di dolorose separazioni. Quando l’amica In-seon, bloccata in ospedale dopo un grave incidente, la prega di recarsi a Jeju per nutrire il suo pappagallo, la donna parte immediatamente per l’isola. 

Jeju è sferzata da una violenta tempesta di neve e vento, Gyeong-ha ripercorre i tragici eventi di un passato recente. 

La protagonista, attraverso le testimonianze dell’amica In-Seon e in particolare sua madre che ha vissuto in prima persona il massacro, conduce il lettore in una discesa agli inferi. 

Non è una coincidenza che trentamila persone siano state massacrate a Jeju quell'inverno, e altre duecentomila nel resto del paese l'estate successiva. C'era un ordine ben preciso del governo militare americano: bisognava fermare l'avanzata del comunismo anche a costo di uccidere tutti e trecentomila gli abitanti dell’isola. … poi era stato bloccato ogni accesso alla costa e messo il bavaglio alla stampa; la follia di puntare un'arma alla testa di un neonato era stata non solo autorizzata ma premiata, tanto che millecinquecento bambini sotto i dieci anni sono stati uccisi in questo modo...
Duecentomila persone erano state rastrellate in città e villaggi di tutto il paese, caricate sui camion, imprigionate, fucilate e seppellite in fosse comuni, e anche in seguito era stato proibito a chiunque di reclamarne o recuperarne le spoglie. Perché la guerra non era finita, c'era stato solo un armistizio. Perché avevamo ancora un nemico oltre il trentottesimo parallelo. Perché nessuno parlava, né le famiglie delle vittime, già bollate, né gli altri che sarebbero stati etichettati come simpatizzanti del nemico se avessero aperto la bocca. Sono dovuti passare decenni per poter riesumare quei piccoli teschi con un foro di proiettile….

La vegetariana di Han Kang Un romanzo sull’autodistruzione in tre atti. La protagonista Yeong-hye, una donna descritta come insignificante dal suo stesso marito, decide di diventare vegetariana dopo aver fatto un sogno. La scelta vegetariana è solo l’inizio di una spirale discendente verso l’annientamento. 

Arrivò la primavera, e mia moglie non aveva ancora fatto marcia indietro. Era stata di parola-non l'avevo mai vista mettersi in bocca un solo pezzo di carne-, ma io avevo smesso di lamentarmi da tempo. Quando una persona subisce una trasformazione così drastica, non c'è assolutamente niente che si possa fare, a parte stare a guardare. Diventava ogni giorno più magra, tanto che i suoi zigomi si erano fatti davvero sporgenti in maniera addirittura indecente.

I tre atti del romanzo non sono raccontati dal punto di vista di Yeong-hye, lei non prenderà mai la parola. Il lettore non conoscerà mai le motivazioni della donna. Se non attraverso i suoi sogni. Sono il marito, il cognato e la sorella a narrare il rifiuto della realtà in cui la giovane donna è caduta. L’unica certezza è che la protagonista vuole scomparire, dopo la scelta di non mangiare animali aspira a trasformarsi in albero, nutrendosi solo di acqua. 

Devo dare acqua al mio corpo. Non ho bisogno di questo genere di cibo, sorella. Ho bisogno di acqua.

Il romanzo non vuole trattare il tema del digiuno, dell’anoressia nervosa e forse nemmeno della sospensione del principio di realtà, non si conclude con un finale di speranza, anzi non si conclude nemmeno lasciando la riflessione al lettore. 

Yeong-hye che fin da giovane nemmeno sopportava la costrizione di indossare il reggiseno, non può tollerare le costrizioni della società coreana. Le donne sono discriminate a livello di opportunità di carriera, parità di salario e costrette ad occuparsi da sole della famiglia. 

La protagonista sceglie la morte piuttosto che una vita priva di significato, priva di senso. 

L’ora di greco di Kan Hang In una caldissima estate a Seoul una donna cerca di recuperare la facoltà di parola. Ha smesso di parlare dopo una serie di traumi: la morte della madre, un divorzio, la perdita dell’affidamento del figlio.

Le era già accaduto durante l’adolescenza. Il linguaggio era poi diventato la sua professione prima in una casa editrice poi come insegnante. 

Questo silenzio è tornato dopo vent'anni non ha né il tepore, né la densità, né la luminosità del primo. Se in passato faceva pensare al silenzio che precede la nascita ora assomiglia di più a quello che segue la morte.… È in grado di udire, leggere in modo distinto ogni singola parola, ma non riesce a schiudere le labbra ed emettere alcun suono.

La protagonista decide di frequentare un corso di greco antico in un’accademia privata, oltre allo studio della grammatica gli studenti leggono Platone. 

Platone il filosofo che rifiuta la parola scritta e crede nel linguaggio orale come unico strumento di conoscenza potrà forse salvarla? 

L’insegnante di greco è un coreano che ha vissuto a lungo in Germania è da poco tornato a Seoul. Sta progressivamente perdendo la vista.

Tra i due si instaura un rapporto fatto di silenzi, di parola scritta, di presenza nel buio, la condivisione di due solitudini così profonde, come le tenebre e l’incapacità di comunicare, li porterà a ripararsi a vicenda?

I cuori e le labbra si toccano, uniti ed eternamente separati.

Kan Hang ha definito “L’ora di greco quasi il lieto fine de La vegetariana”. 

In questo romanzo dalle molteplici chiavi di lettura e di interpretazione come in tutti gli scritti della Kang, la speranza, seppur non definitiva, nasce nell’incontro dei protagonisti. 

Figlie del mare di Mary Lynn Bracht  Un romanzo che dà voce alla drammatica vicenda, poco conosciuta in occidente, delle comfort women, le giovani donne coreane, spesso adolescenti e bambine, rapite dai giapponesi durante l’occupazione della Corea e spedite al fronte nei bordelli per i soldati giapponesi. 

Le cifre non sono certe, ma si stima che tra cinquantamila e duecentomila donne dal 1931 al 1945 furono ridotte in schiavitù. Pochissime di loro tornarono e quelle poche mantennero il silenzio per vergogna.

Nel 1991, Kim Hak Sun decise di uscire allo scoperto e di dare alla stampa un resoconto della sua storia; dopo la sua prova di coraggio, molte altre, -più di duecento-seguirono il suo esempio...come molte altre donne di conforto, per più di cinquant'anni aveva nascosto alla famiglia gli stupri e l'umiliazione subiti. Quando la prima donna di conforto coreana, era uscita allo scoperto con la sua spaventosa testimonianza, altre ne avevano seguito l'esempio ed erano state accolte da incredulità, bollate come donnacce in cerca di denaro facile.

Il racconto è ambientato sull’isola di Jeju, Hana è una giovane haenyeo (donne che si immergono in apnea nella profondità per pescare abaloni alghe e ricci, sostenendo con il loro lavoro l’intera famiglia).

Hana ha una vita semplice ma felice: una famiglia unita ed una sorella minore Emi, che ama moltissimo. 

Proprio per difendere la sorella viene rapita da un ufficiale giapponese Morimoto, che dopo averla stuprata, la deporta in Manciuria come schiava sessuale. 

Dieci ore al giorno, per sei giorni alla settimana Hana “soddisfaceva" i soldati. Veniva violentata quotidianamente da una ventina di uomini.

Emi, la cui vita è stata risparmiata grazia al sacrifico della sorella, sopravvive anche al massacro di Jeju nel 1948 operato dai soldati coreani in cerca di comunisti. Ormai prossima alla morte decide di raccontare ai suoi figli la storia di Hana, trovando finalmente la pace. 

I familiari uccisi, morti di fame, rapiti, i vicini che diventavano nemici… tutto questo era il loro han, una parola che ogni coreano conosceva, un peso che rimaneva dentro.

Disponibile su Apple TV The Last of the Sea Women un intenso documentario sulle haenyeo, queste pescatrici, (sempre e solo donne) che si immergono da secoli per pescare in apnea svolgendo un lavoro durissimo e pericoloso che permette loro di mantenere la famiglia. Un mestiere che si tramanda di madre in figlia, a lungo considerato motivo di vergogna.

Dichiarate dall’Unesco nel 2017 patrimonio immateriale dell’umanità. 

Le haenyeo sono quasi tutte anziane, alcune ottantenni. Per il timore di perdere questa antica tradizionale, è stata aperta una scuola di haenyeo a Jeju, ma il numero di donne che riesce ad ottenere la qualifica è davvero esiguo. 

Pachinko la moglie coreana di Min Jin Lee un racconto corale, una saga familiare di quattro generazioni che attraversa oltre ottant’anni di storia coreana. Compresi tra il 1932 e il 1989. La Corea è dominio coloniale del Giappone, i coreani sono costretti vivere in uno stato autoritario che ha cancellato storia, tradizioni, costumi e perfino la lingua a favore del giapponese. 

La storia ci ha traditi, ma non importa.

La protagonista Sunja è una bambina molto amata dai suoi genitori che gestiscono un’umile locanda per pescatori. Durante l’adolescenza diventa l’amante di un uomo molto potente, Hansu, e quando resta incinta scopre che l’uomo ha un’altra famiglia in Giappone. 

Rinuncia a lui e accetta la proposta di matrimonio del pastore protestante Isak, che consapevole della situazione di Sunja decide di aiutarla accettando di crescere un figlio non suo. La coppia di trasferisce Osaka. I giapponesi destano i coreani, li considerano una razza inferiore.

Sono gli scaltri, soprattutto da quelli cui bisogna guardarsi: i coreani sono dei piantagrane per natura.

Le condizioni vita sono misere.

Nessuno vuole affittare i coreani.… Neanche te lo immagini: una decina in una stanza che dovrebbe essere per due, uomini e famiglie che dormono a turno. Polli e maiali dentro casa. Niente acqua corrente. Niente riscaldamento. I giapponesi ci credono sporchi quando, in realtà, siamo costretti a vivere nella miseria.

Sunja affronta infinite difficoltà, sradicata dalla sua patria, in una città ostile che non la accetta, ma lei, come i suoi figli, sa che:

Questo paese non cambierà mai, ma i coreani come me non possono più lasciarlo. Dove potremmo andare? Nemmeno i miei connazionali in Corea cambieranno mai. Uno come me a Seoul è considerato uno stronzo giapponese, mentre in Giappone guadagna. Posso guadagnare tutti i soldi che voglio ed essere bravo quanto mi pare, anche se resto sempre uno sporco coreano come tutti gli altri.

L’autrice Min Jin Lee è  origini coreane, vive a New York. La moglie coreana  è il frutto di una grande ricerca  dal 2007 al  2011 quando la Lee ha vissuto a Tokyo, e si è documentata sulle vicende dimenticate delle famiglie coreane emigrate in Giappone durante l’occupazione della Corea.
Finalista al National Book Award, nominato tra i dieci migliori libri del 2017 da The New York Time.

Dal romanzo è stata tratta l’omonima serie televisiva in onda su Apple TV.

Kim Ji-Young, nata nel 1982 di Cho Nam-Joo Kim Ji Young, moglie e madre a tempo pieno a Seoul, in occasione di una riunione con la famiglia dal marito, inizia a parlare imitando donne del suo passato. 

Kim Ji Young è abituata stare in silenzio, a non rispondere ai torti subiti.

Non era abituata a dire quello che pensava e dalla bocca non le usciva neanche un sospiro di lamento.

Quando la giovane donna trova il coraggio di parlare lo fa con la voce e gli atteggiamenti di altre donne forse più determinate di lei. In particolare sua madre, il pilastro e la fortuna della famiglia che si è sempre opposta a qualsiasi discriminazione delle sue figlie sulla base del genere. Lotta per loro, sia in famiglia che fuori, spronandole a studiare ed inseguire i propri sogni e non un marito. 

Il marito, credendola affetta da gravi problemi mentali, la manda in cura da uno psichiatra. 

La protagonista ripercorre tutta la sua vita e gli abusi subiti, considerati del tutto normali da una società maschilista e misogina. 

Una società in cui è considerato normale il divario di genere nella retribuzione, in cui se i figli non arrivano è di sicuro colpa della donna e se sono femmine c’è poco da festeggiare. 

In quel periodo il governo coreano aveva introdotto una politica per il controllo delle nascite. Già dieci anni prima si poteva abortire a patto che ci fosse un valido motivo di salute e tante madri facevano passare il fatto di aver messo al mondo una donna come un motivo di salute. Già all'inizio degli anni Ottanta la differenza di numero tra i due sessi era ben evidente e negli anni Novanta i figli maschi erano diventati il doppio delle femmine.

Gli episodi di discriminazione descritti nel romanzo sembrano essere particolarmente ricorrenti in Corea del Sud, scoprendo una realtà poco nota in Occidente. 

Le ragazze troppo intelligenti e sveglie possono diventare un problema per alcune aziende. Vedi adesso tu, per esempio, stai cercando di creare problemi o sbaglio?

Il romanzo non si conclude con la rinascita della protagonista, ma con le riflessioni dello psichiatra che, preoccupato, si chiede se anche sua moglie non abbia gli stessi problemi, salvo poi decidere di assumere una nuova assistente che dovrà essere necessariamente single. 

Il signor Han di Hwang Sok-yong   Han Yong-dok, zio dell’autore, è un medico e professore a Pyongyang. Non ha mai sostenuto il partito comunista, anzi si tenuto lontano da questioni politiche dedicandosi solo ai pazienti. Allo scoppio della guerra di Corea, viene assegnato all’ospedale del popolo, dove si trova costretto a lavorare in condizioni estreme senza nessuna strumentazione medica. 

Tutti si rammaricavano (anche se non se lo facevano certo scappare di bocca) di non aver lasciato Pyongyang a tempo debito, come avevano fatto gli altri colleghi.

Decide di fuggire al Sud, lasciando la famiglia al Nord, con la speranza che la fine imminente della guerra permetta il loro ricongiungimento. A Seoul sarà trattato come una spia comunista incarcerato per le delazioni di persone a lui vicine. 

“È un vero schifo! Siamo stati traditi. Che diavolo ci siamo venuti a fare al Sud. Senza soldi… Ci siamo venuti solo a crepare?”

Il signor Han (signore appunto: non più medico o uomo, ma solo una figura spersonalizzata) morirà solo, abbandonato e dimenticato da tutti. 

L’autore ha vissuto personalmente il dramma della Corea divisa: la guerra, l’esilio e la prigionia. Nato in Manciuria nel 1943, si trasferì a Seoul con i genitori, lasciando molti parenti al Nord. Nel 1966 combatté nella guerra del Vietnam e nel 1980 partecipò attivamente alla rivolta di Kwangju.

Dopo una visita in Corea del Nord nel 1989 gli fu temporaneamente impedito di tornare al Sud. 

Nel 1993 considerato colpevole di crimini contro la sicurezza nazionale fu condannato a sette anni di reclusione. Solo con la progressiva democratizzazione della Corea del Sud Hwang Sok-yong sarà riabilitato e considerato uno dei più importati scrittori coreani contemporanei. 

La parabola drammatica della sua vita ben descrive il dramma del singolo di fronte alla violenza della storia.  

The Passenger Corea del Sud ovvero l’antiguida turistica di Iperborea. Offre uno sguardo sul Paese attraverso i dettagli.

La collana The Passegger si compone  di una raccolta di saggi e reportage su uno specifico paese. Sono le testimonianze di scrittori e non solo che hanno vissuto in Corea del Sud, oppure che conoscono nello specifico il tema trattato: cibo, costume, storia, società, un ritratto contemporaneo lontano dai luoghi comuni. 

La Corea del Sud raccontata attraverso il tragico calo demografico, la nascita dl femminismo con il movimento 4B, i grandi conglomerati industriali chiamati chaebot, e molto altro.

Lonely Planet Corea La mia guida preferita, quella che dopo ogni viaggio non è in buone condizioni, ma racconta più di quello che si trova nelle sue pagine. La guida che, quando riposa nella libreria, evoca viaggi ed emozioni passate.

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Ciao, sono Paola, lettrice da sempre e viaggiatrice da molto. Libri e viaggi, più che passioni per me sono due vere ossessioni.

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